Castaldato di Antrodoco

Antrodoco e la regina Giovanna I d’Angiò

Antrodoco e la regina Giovanna I d’Angiò

info 2020-07-14

Antrodoco e la regina Giovanna I d’Angiò


Quella che segue è l’ultima delle storie del Castaldato Antrodocano rappresentata dal rione CENTRO STORICO. Essa riferisce degli intensi avvenimenti della nostra storia dal 1368 al 1371 che noi vogliamo raccontare in tutti i particolari. Armiamoci di pazienza e leggiamo tutto, scopriremo il carattere degli antrodocani forte e duro, ma non bastò a prevalere sulla regina Giovanna I^ d’Angiò che deteneva il potere regio.

Questa storia ci è pervenuta con ricchezza di particolari perché raccontata in versi dal rimatore abbruzzese BUCCIO DI RANALLO che partecipò lui stesso, dalla parte degli aquilani, a molti degli eventi narrati.

ANTEFATTI

Nei primi decenni del Trecento estesero il proprio potere sul castaldato antrodocano i Camponeschi, una delle più importanti famiglie aquilane. Questi non erano ben visti dalla corte napoletana, allora governata dai D’Angiò, che appoggiava invece la borghesia emergente volendo, alla pari con altre città italiane, accrescere le attività produttive aquilane per espandere i propri mercati e arricchirsi.
Ai Camponeschi, all’Aquila, si contrapponevano per contendersi il potere i Pretatti e i signori di Poppleto. Le due fazioni si scontrarono più volte e le loro lotte si intrecciarono sia con quelle dinastiche del Regno meridionale, sia con quelle dei Castaldati di confine, Corvaro e Antrodoco in primo luogo, dove i castelli erano tenuti da Giuntarello da Poppleto, sua sorella Pasca, il figlio Cecco Antonio e altri seguaci.
Per un lungo periodo Antrodoco divenne il rifugio dei fuoriusciti aquilani ora dell’una, ora dell’altra fazione, perché il castello, che pure aveva perduto molta della sua importanza militare, restava il punto di controllo per tutti coloro che si dirigevano verso Roma, l’Adriatico o l’Abruzzo.
Nella lotta lunga e sanguinosa prevalsero infine i Camponeschi che governarono a lungo i territori aquilani.
La giovane regina Giovanna I d’Angiò, colta e raffinata, aperta ai cambiamenti che si stavano verificando in tutta Italia, e ammirata dai progressi che stavano facendo molte città del nord, sin dai primi anni del regno dovette affrontare i numerosi problemi che dilaniavano i confini settentrionali del suo regno e, per tenerli sotto controllo, incaricò di governare quelle terre suo cugino Luigi di Taranto, suo amante sin da giovanissima.
Antrodoco, Cittaducale, appena fondata, e la Montagna d’Abruzzo, erano dunque possesso di Luigi di Taranto che dovette in pochi anni affrontare la ribellione di Lalle Camponeschi I° alla regina Giovanna e l’incendio del castello di Antrodoco che ne seguì per ben due volte, nel 1347 e nel 1350, la pestilenza del 1348, il forte terremoto del 1349 che provocò molti morti e ingenti danni.
Nel 1362 la morte di Luigi di Taranto, che comunque era riuscito a governare con una certa fermezza e frenare i dissidi, aggravò l’instabilità politica del territorio.
Di questa precaria situazione approfittarono diverse compagnie di ventura che, a partire dal 1363, cominciarono a percorrere in lungo e in largo il territorio, compreso quello di Antrodoco, rubando e uccidendo molti abitanti e mercanti di transito. Di ciò approfittò L’Aquila, retta da Lalle Camponeschi II, che, con la motivazione di voler proteggere gli abitanti, ottenne dalla regina Giovanna il permesso di costruire nel territorio, a proprie spese, diversi fortilizi di controllo e difesa (sono le case torre che vediamo numerose intorno ad Antrodoco?) ma nascondeva, male, la volontà di espandere i propri possedimenti e il proprio controllo sul circondario.
La regina Giovanna, resasi presto conto delle intenzioni di Lalle, tentò di recuperare il castrum Introduci promettendo ai cittadini una riduzione sulle tasse, ma dovette prendere atto che castrum di Antrodoco era tenuto da persone renitentes in restituzione, cioè non intendevano restituire il castello.
La situazione era dunque molto complessa poiché mentre Lalle Camponeschi, spalleggiato dalla regina Giovanna, era signore dell’Aquila, i suoi avversari, i Pretatti, costretti a rifugiarsi ad Antrodoco, fomentavano la ribellione degli antrodocani e dei corvaresi ed era un susseguirsi di “omicidi e ferimenti” nelle fila di entrambe le fazioni, turbando fortemente lo status pacificum et tranquillum della città dell’Aquila e del contado.

Govanna I d’Angiò diventò regina di Napoli a sedici anni

1° ATTO: LA MEDIAZIONE

La regina tentò una soluzione politica proponendo di acquistare il castrum di Antrodoco ed offrì a L’Aquila circa duemila ducati. Nello strumento rogato dal notaio Nicola di ser Ciccio da Bazzano dell’Aquila il 13 aprile 1368, si legge che, secondo la regina, Antrodoco era divenuto un ricettacolo di uomini di mala fame conditiones et vite homicide et ladrones insignes che avevano recato più volte danni ai cittadini aquilani e del contado e, di recente, avevano ucciso Giovanni di notar Blasio, Angelo di Giacomo di notar Blasio, Antonio di Matharuccio da Paganica, Cola di Masio Farina da Pizzoli e Angeluccio di Angeluccio Machilone, tutti cittadini aquilani fedeli alla regina, ma soprattutto, come riporta il documento, mercatores bone fame (mercanti di buona fama).
L’Aquila, in questa occasione, chiedeva alla regina che il castrum Introduci, spelunca latrorum atque receptaculum et homicidarum, cum hominibus vassallis iuris et pertinentiis (il castello, spelonca di ladroni e ricettacolo di assassini, gli uomini e i vassalli di Antrodoco, con tutte le pertinenze, fosse incorporato e unito alla città) in aeternum. Inoltre dovevano essere distrutte tutte le munizioni, le torri, le mura e i fortilizi del castello con l’obbligo per gli antrodocani di non ricostruire mai più le fortificazioni della rocca. L’Aquila, in cambio, si impegnava a corrispondere alla regina diecimila ducati. E così avvenne: L’Aquila pagò come promesso i diecimila ducati, come racconta Buccio di Ranallo, ma non si sa se ottenne i privilegi promessi dalla regina. Forse no, perché poi Buccio dice che gli aquilani si resero conto che quei patti erano stati più vantaggiosi per la regina che per L’Aquila… (Li denari pagammo e no abemmo la possitione).

2° ATTO: RICORSO ALLA FORZA

Ad Antrodoco nel frattempo, il castellano Giuntarello da Poppleto, venuto a conoscenza dei patti, si asserragliò nel castello e aspettò l’arrivo dell’esercito radunato a L’Aquila dall’incaricato della regina Giovanna, Messer Rossello, che però non impiegò sei giorni come gli era stato ordinato, ma mesi.
Cosicché l’esercito, preceduto dalla bandiera regia, arrivò ad Antrodoco soltanto il 25 luglio, festa di S. Giacomo, e si preparò all’assedio. Aveva con sé i trabucchi che vennero posizionati in alto per meglio raggiungere con i lanci di pietre o materiale incendiario le mura del castello, mentre le truppe furono sistemate in due accampamenti, a destra e a sinistra del fiume Velino, per accerchiare la rocca.
Gli assediati si dimostrarono subito molto valorosi tanto che pochissimi giorni dopo l’inizio dell’assedio organizzarono una sortita nel campo nemico, diedero alle fiamme il trabucco più grande e misero in fuga gli aquilani, ma furono anche assistiti dalla fortuna poiché poco dopo, una notte, piovve copiosamente, il fiume ingrossò e isolò i due accampamenti che non potevano comunicare tra loro.  
Nell’esercito aquilano si diffuse lo scontento per lo smacco subito, e la paura di non farcela contro gli antrodocani perché si erano resi conto che praticamente il castello era inespugnabile, e i comandanti cominciarono prima a chiedere rinforzi e poi la fine delle ostilità.

TRABUCCO, l’arma d’assedio più potente del Medioevo

3° ATTO: LA TREGUA

Nel campo aquilano, dopo quasi un anno di assedio, si decise di trattare e si incontrarono il 4 dicembre 1369, Giuntarello da Poppleto, per gli assediati, che consegnò in ostaggio agli inviati di Giovanna il figlio minore Biagio e il maggiore Antoniuccio, e diversi titolati rappresentanti sia dei Camponeschi che dei Pretatti.
La situazione era molto delicata e tutti ne erano consapevoli, tanto che da parte aquilana si decise di essere più morbidi con gli antrodocani e tentare di recuperare il castello anziché distruggerlo.
Si giunse così ad una tregua che doveva servire ad avere il tempo per raggiungere una “vera e perpetua pace”, e, per garantire una mediazione efficace e accettabile per tutti, la regina Giovanna inviò da Napoli il capitano Francesco Sabatino.
Nel frattempo, però, agli antrodocani fu proibito di rifornirsi, attraverso il passo di Rocca di Fondi, di ferro, sale, olio, carbone e altre merci provenienti dall’Aquila e questo dimostrò ai castellani quanto poco vera fosse la voglia di pace, anzi ci si rese conto che la pace fosse impossibile. E le trattative vennero chiuse.

4° ATTO: ANCORA LA FORZA

Francesco Sabatino provò ad arruolare nuovi soldati nell’aquilano, ma sia i sostenitori dei Pretatti che quelli dei Camponeschi si armarono per sottrarsi alla ennesima spedizione contro Antrodoco.
La regina Giovanna allora decise di prendere in mano personalmente la situazione ed emanò un editto da esporre nelle case e nei luoghi più frequentati del contado, nel quale si ordinava al castellano antrodocano la restituzione del castello, e avvertiva di aver inviato nel castaldato due squadroni di cavalieri, al comando di Vannolo, che entro venti giorni doveva espugnare il castello con ogni mezzo e ad ogni costo. Vannolo si insediò sopra Corvaro che condivideva con Antrodoco la resistenza agli aquilani.
Ad Antrodoco invece si insediò il capitano regio Niccolò della Magna al comando di truppe di fanteria, arrivato dall’Aquila a dar manforte ai napoletani, ma egli incontrò molte resistenze ed ebbe molte perdite.
Niccolò fu costretto a rientrare in città, ma fu intercettato dalle genti di Corvaro che lo fecero prigioniero; Vannolo, sconfitto dai corvaresi, spostò i suoi soldati altrove e, rimasto isolato, preferì rifugiarsi all’Aquila.

CURIOSITÀ

Al comando dei corvaresi si trovava Marino, uno dei figli di Giuntarello, che, dopo la vittoria, fu acclamato dai suoi soldati e nominato “cavaliere a sproni d’oro” dalle sue genti. Giuntarello però disapprovò questa nomina ed egli stesso, alla presenza di un giudice e un notaio come testimoni, mozzò gli speroni dai piedi di Marino.

ATTO FINALE: LA PACE

La Regina Giovanna e Lalle Camponeschi dovettero prendere atto che con la forza sarebbe stato impossibile conquistare Antrodoco e decisero che bisognava aprire nuove trattative per porre fine alla situazione. Il 24 agosto 1370 Giovanna mandò ad Antrodoco “otto-dieci procuratori” per trattare la pace e invitò a Napoli i ribelli Luca Pretatti, Giuntarello, Pasca e Ceccantonio da Poppleto che dovevano presentarsi a lei entro il mese di novembre.
Le trattative andarono avanti per più di un anno e il 30 settembre 1371 i rappresentanti aquilani Lalle Camponeschi II, Giovanni di Roio e Francesco Camponeschi, i ribelli Luca Pretatti, Giuntarello da Poppleto e suo figlio Antonio, e la regina Giovanna, si ritrovarono nel castello di Nocera dove fecero rogare dal notaio Blasio Mordente da Teano, lo strumento di pace.
Nello strumento si stabiliva la liberazione di tutti i prigionieri da ambo le parti, e che tutti i castelli tenuti da Lalle Camponeschi e da Giuntarello, fossero affidati per due anni alla custodia di castellani nominati dalla regina.
Fu vera pace? I fatti degli anni seguenti ci diranno che non fu così perché la regina Giovanna fu colei che avrebbe gestito il tutto a danno sia dei Camponeschi e dei nobili in generale, che di Giuntarello, e Antrodoco sarebbe stato severamente punito ancora una volta con l’incendio del castello.

Ruderi del Castello Camponeschi a Prata d’Ansidonia.

Clarice Serani